Outlook
5 min di lettura 15 dic 25
Il 2025 è stato un anno dai due volti: la solida performance della maggior parte delle asset class ha mascherato la narrativa dominante di incertezza e volatilità. Con le tensioni geopolitiche, l’aumento dei carichi fiscali e i timori di una bolla legata all’intelligenza artificiale (AI) che continuano a pesare sulla mente degli investitori, la domanda chiave per il nuovo anno è se i mercati riusciranno a mantenere il loro slancio positivo.
Con l’avvicinarsi del 2026, i Chief Investment Officer (CIO) Equities e Multi Asset, Fixed Income e Private Markets di M&G Investments condividono le loro prospettive sulle rispettive asset class e offrono indicazioni su come orientarsi nella complessità del contesto attuale.
Nel 2025, la maggior parte delle principali asset class ha registrato rendimenti positivi, nonostante ripetuti shock. Tuttavia, tra gli investitori è cresciuto un senso di inquietudine. Tristan Hanson, Co-Manager della strategia M&G Episode Macro, segnala valutazioni azionarie elevate e preoccupazioni sulla qualità del credito, oltre ai problemi già esistenti di imprevedibilità delle politiche e livelli di debito sovrano, come cause di ansia per gli investitori.
Uno dei grandi dibattiti tra gli investitori è se ci troviamo in una fase di boom o di bolla dell’AI. Tuttavia, Hanson ritiene che sia più utile cercare segnali di comportamenti guidati dall’emotività: gli investitori sono concentrati sui rendimenti o sul rischio di perdita?
«Considerato l’entusiasmo per il potenziale di alcune aziende di generare profitti grazie all’AI, esiste il rischio di delusioni qualora parte delle spese pianificate si rivelasse eccessiva o in parte ciclica», osserva.
Oltre alla frenesia per l’AI, Hanson ritiene che nel 2026 le banche centrali torneranno al centro dell’attenzione. Il mercato potrebbe scontare circa 100 punti base di tagli dei tassi negli Stati Uniti il prossimo anno, ma un’inflazione persistente e le pressioni politiche potrebbero complicare il compito della Federal Reserve.
Hanson intravede motivi per credere che i mercati possano restare resilienti, ma potremmo anche scoprire se l’ottimismo degli investitori è giustificato. Inevitabilmente, il prossimo anno porterà eventi imprevisti, ma adottare un approccio disciplinato e diversificato potrebbe aiutare gli investitori a individuare opportunità di valore a lungo termine nel 2026.
Dopo aver trainato i mercati dalla fine del 2022, gli investitori iniziano a chiedersi se la corsa all’AI stia per arrestarsi.
Fabiana Fedeli, CIO Equities, Multi Asset and Sustainability, condivide la sua opinione: «L’AI non è una bolla. È una tecnologia che si è evoluta in uno strumento potente, l’AI generativa, capace di portare cambiamenti strutturali nel nostro modo di vivere e lavorare».
Per Fedeli, la forza dell’AI risiede nella sua pervasività, nella capacità di essere applicata a moltissimi processi, prodotti e servizi della nostra quotidianità. E siamo solo all’inizio di una diffusione più ampia.
Secondo Fedeli, se esiste una bolla, non riguarda la tecnologia in sé, ma le valutazioni di un gruppo specifico di società. Quale sarà il futuro per questi titoli? Ecco tre possibili scenari:
Sebbene ciascuno di questi scenari abbia buone probabilità di verificarsi, Fedeli sottolinea che, per gli investitori, il tempismo è cruciale tanto quanto la scelta dell’asset giusto e predilige un approccio più ampio per cogliere le opportunità legate all’AI: «È importante sottolineare che mentre la marea che ha sollevato tutte le barche inizia a ritirarsi, è il momento di abbandonare l’esposizione passiva ai titoli AI e adottare un approccio di investimento più attivo».
Oltre agli “abilitatori” dell’AI (aziende che forniscono la tecnologia chiave), Fedeli ritiene che ci siano altri due gruppi di vincitori: le imprese che utilizzano l’AI per riallocare le risorse economiche in modo più efficiente e quelle che supportano tale riallocazione attraverso i loro servizi.
Avvicinandoci al 2026, Fedeli afferma che non dovremmo chiederci se siamo in una bolla AI, ma piuttosto se siamo in grado di identificare le aziende che stanno sfruttando in modo silenzioso le potenzialità dell’AI e che presentano valutazioni interessanti per una crescita futura. Questo richiede un’accurata due diligence per distinguere l’hype dalla sostanza e individuare i vincitori di domani.
Tassi di interesse bassi e quantitative easing hanno caratterizzato il decennio successivo alla crisi finanziaria globale, alterando il profilo di rischio al punto che le obbligazioni offrivano pochissima remunerazione. Ma nel 2025, i rendimenti dei titoli di Stato sono tornati a livelli iniziali sani.
Grazie a rendimenti reali interessanti nei mercati del reddito fisso, Andrew Chorlton, CIO Fixed Income, ritiene che le obbligazioni offrano un buon valore rispetto alle azioni. Considerando che il rendimento dei titoli di Stato rappresenta attualmente circa l’80% del rendimento complessivo del credito investment grade, a suo avviso i titoli governativi costituiscono una fonte di reddito interessante senza assumere ulteriore rischio di credito, soprattutto in vista di un possibile calo dei tassi d’interesse e dell’ampliamento degli spread creditizi, storicamente contenuti.
Secondo Chorlton, le banche centrali stanno camminando su un filo sottile, cercando di mantenere l’inflazione vicino al target, affrontando al contempo la crescita debole nelle economie sviluppate. «Sebbene vediamo segnali evidenti di rallentamento dell’economia, un’inflazione mal gestita resta una forza potenzialmente corrosiva», osserva.
Questo equilibrio è reso più complesso dalle rinnovate pressioni politiche sulla Federal Reserve. Il 2026 sarà un anno decisivo per l’indipendenza della banca centrale, poiché il Presidente Trump nominerà un nuovo Presidente al posto di Jerome Powell. Nel breve termine, il Presidente potrebbe sfruttare il processo per sostenere la necessità di ulteriori tagli dei tassi. Tuttavia, l’impatto a lungo termine sarebbe un indebolimento della credibilità della banca centrale più importante al mondo.
In contrasto con l’incertezza macroeconomica, il deterioramento fiscale e la volatilità che hanno sfidato i mercati sviluppati (DM), i mercati emergenti (EM) hanno mostrato una notevole resilienza negli ultimi anni, rivelandosi un’alternativa interessante ai DM.
Sostenuto da livelli di debito generalmente più bassi, sia tra i titoli sovrani che tra le società, da una crescita continua e robusta e da una minore dipendenza dal dollaro e dal ciclo economico statunitense, Chorlton osserva che il debito dei mercati emergenti è diventato uno spazio interessante per gli investitori nel reddito fisso, in particolare per coloro che cercano diversificazione. Perché se c’è una cosa certa, è che c’è sempre più incertezza all’orizzonte.
Guardando al 2026, Emmanuel Deblanc, CIO Private Markets, ritiene che ci siano motivi per essere ottimisti sui mercati privati: il contesto dei tassi di interesse appare ora più stabile, il mercato delle IPO sta iniziando a riaprirsi (favorendo il riciclo di capitale) e si osservano segnali di rinnovata attenzione alla creazione di valore operativo.
All’interno del private equity, il processo di underwriting è diventato più rigoroso, mentre il private credit continua a espandersi, contribuendo a sfumare ulteriormente i confini tra public e private lending. Inoltre, nei mercati privati vi è una domanda latente di impiegare la liquidità disponibile (“dry powder”) e di smaltire l’arretrato di asset maturi, fattori che potrebbero sostenere i livelli di attività nelle operazioni nel breve termine.
Secondo Deblanc, il private credit rimane uno dei segmenti più dinamici, offrendo maggiore diversificazione, incremento dei rendimenti e vantaggi legati ai tassi variabili. Sebbene si parli sempre più spesso del potenziale rischio sistemico nel private credit, Deblanc ritiene importante distinguere tra i due mercati principali: Stati Uniti ed Europa.
Confrontando i due, l’Europa ha storicamente offerto rendimenti corretti per il rischio superiori rispetto agli Stati Uniti, oltre a una qualità creditizia migliore, con un livello di copertura degli interessi più elevato e tassi di default più bassi1.
Nel private equity, Deblanc osserva che la performance operativa sottostante rimane solida. Si intravedono anche segnali di una parziale ripresa del mercato delle IPO e la domanda è chiaramente presente. “C’è una lunga coda di IPO rimaste in sospeso che, se la tendenza continuerà nel 2026, insieme alla possibilità di alcune uscite di private equity di dimensioni rilevanti, dovrebbe migliorare i dati complessivi sulle exit e, con essi, la fiducia degli investitori”, afferma. Guardando al 2026, Deblanc individua le opportunità più interessanti nei settori realmente trasformativi. A suo avviso, industrie tecnologiche come climate tech, fintech, cybersecurity e health tech, così come quelle che innovano nella transizione energetica e guidano il cambiamento ambientale e sociale, sono pronte a generare rendimenti altamente interessanti. Ulteriori tagli dei tassi di interesse potrebbero inoltre rappresentare un vento favorevole per il private equity nel 2026, sostenendo sia le transazioni sia le attività di exit.
Il mercato immobiliare globale si sta stabilizzando dopo due anni di forte riprezzamento e liquidità congelata, ma la ripresa è tutt’altro che uniforme. I rendimenti si sono riallineati, il sentiment sta migliorando e il flusso di operazioni sta tornando, ma saranno le forze strutturali – non i rimbalzi di breve termine – a definire il prossimo ciclo, sostiene Richard Gwilliam, Head of Property Research. Il capitale si sta orientando verso certezza e resilienza, privilegiando asset in grado di resistere alla volatilità e generare crescita sostenibile.
Europa e Asia Pacifico (APAC) guidano la ripresa mentre gli investitori diversificano oltre gli Stati Uniti. Si prevede che i volumi di transazioni in Europa aumenteranno del 7% su base annua, mentre in APAC gli investimenti transfrontalieri sono cresciuti dell’88%, trainati dal supporto delle politiche e da costi di finanziamento più bassi. Gwilliam osserva che Corea del Sud, Giappone e Australia stanno emergendo come hub chiave, rafforzando la tendenza verso mercati che combinano stabilità e potenziale di crescita.
Per Gwilliam, la performance dei settori evidenzia la natura disomogenea della ripresa. “Gli uffici prime nei distretti direzionali centrali restano richiesti, mentre gli immobili secondari affrontano un crescente rischio di obsolescenza a causa del lavoro ibrido e delle pressioni ESG»“, osserva. La logistica entra in una fase selettiva, con i poli urbani core che sovraperformano rispetto ai corridoi periferici. I settori residenziali continuano a mostrare resilienza, sostenuti da una cronica carenza di offerta e dalle tendenze demografiche, mentre il retail rimbalza in alcune nicchie grazie a format esperienziali.
Guardando avanti, Gwilliam ritiene che i temi strutturali plasmeranno i rendimenti: il cambiamento del luogo di lavoro guidato dall’AI, la pressione demografica sulle abitazioni, la modernizzazione delle catene di fornitura e la sostenibilità come filtro per il capitale. A suo avviso, i vincitori del prossimo ciclo non saranno quelli che si limiteranno a cavalcare la ripresa, ma quelli che sapranno reinventarsi – integrando ESG, sfruttando la tecnologia e allineando le strategie ai driver di domanda di lungo termine.
Il valore degli investimenti è destinato ad oscillare. Questo determina il movimento al rialzo o al ribasso dei prezzi e la possibilità che non si riesca a recuperare l'ammontare inizialmente investito. Quando menzionate, le performance passate non sono indicative dei risultati futuri.
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