Mercati emergenti
5 min di lettura 26 gen 26
Questo articolo analizza come i mercati emergenti si siano evoluti negli ultimi anni, mettendo in discussione vecchi preconcetti. Con quadri fiscali più solidi e settori dinamici guidati dall’innovazione, investire in questa asset class appare oggi più convincente.
Gli investitori globali guardano sempre più ai mercati emergenti (EM), dove riforme, mercati dei capitali più solidi e una demografia favorevole stanno creando nuove opportunità.
Queste economie ampie e dinamiche offrono una combinazione interessante di alto potenziale di crescita, diversificazione settoriale e geografica e valutazioni attraenti – elementi che potrebbero renderle una componente strategica nei portafogli di lungo periodo.
Coniato negli anni ’80, il termine “mercato emergente” indica un universo eterogeneo di Paesi distribuiti in tutto il mondo. In passato, le economie EM erano considerate un gruppo omogeneo, accomunato da alcuni tratti distintivi: alti livelli di crescita economica trainata da industrializzazione e materie prime. Erano inoltre associate a istituzioni fragili, instabilità politica ed economica e maggiore volatilità e rischio.
Alcuni di questi aspetti permangono, come la maggiore volatilità nella crescita e nelle dinamiche inflazionistiche, ma queste percezioni sono ormai in parte superate e non riflettono la realtà attuale dei mercati emergenti.
Sebbene nei mercati emergenti permangano dei rischi, a nostro avviso il profilo di rendimento è difficile da ignorare, e rappresenta un forte argomento per spingere gli investitori a considerare un aumento dell’allocazione verso un’asset class storicamente trascurata.
Una caratteristica delle economie dei mercati emergenti è il loro slancio positivo di crescita, che potrebbe proseguire grazie ai numerosi cambiamenti strutturali in corso.
Tra i fattori chiave: l’espansione della classe media che alimenta i consumi; urbanizzazione e investimenti infrastrutturali che creano nuovi poli economici; e l’adozione tecnologica che accelera la produttività.
La crescita economica robusta è stata e continua a essere uno dei principali motivi per investire nei mercati emergenti, poiché offre un forte impulso agli utili aziendali.
Negli ultimi decenni, le economie emergenti e in via di sviluppo hanno costantemente superato i mercati sviluppati, e questa tendenza sembra destinata a continuare: si prevede che i mercati emergenti crescano di poco oltre il 4% tra il 2025 e il 2026, contro appena l’1,5% delle economie avanzate1.
Negli ultimi decenni, gli EM sono diventati una parte sempre più importante dell’economia globale. Secondo S&P Global, nel 2035 guideranno circa il 65% della crescita economica mondiale, essendo al centro di alcuni dei megatrend più trasformativi a livello globale2.
Un tempo considerati fanalini di coda, oggi i mercati emergenti accolgono potenze economiche che guidano le industrie del futuro. Sebbene le materie prime restino importanti per economie come Brasile e Sudafrica, gli EM sono riconosciuti anche per i progressi in settori come e-commerce e intelligenza artificiale (AI).
L’Asia, in particolare, è leader nella tecnologia e nell’innovazione, mantenendo il passo con i mercati sviluppati e, in alcuni ambiti, superandoli. Ad esempio, il rilascio del modello DeepSeek AI all’inizio del 2025 ha evidenziato i progressi della Cina nell’intelligenza artificiale.
Tuttavia, la Cina è anche in prima linea nella tecnologia delle batterie, è il principale produttore di pannelli solari e sta imponendo il ritmo nei veicoli elettrici e nella guida autonoma. Questo dimostra come l’economia cinese sia cambiata negli ultimi anni, con una nuova enfasi sullo sviluppo guidato dall’innovazione.
I mercati emergenti stanno vivendo importanti progressi tecnologici, con la digitalizzazione che sta rivoluzionando il panorama economico. Gli ecosistemi mobile-first favoriscono la rapida diffusione dei pagamenti digitali e ampliano l’accesso al credito, contribuendo alla formalizzazione delle imprese e a una maggiore produttività. In molti casi, nell’adozione tecnologica, i mercati emergenti stanno compiendo un vero e proprio salto in avanti rispetto a quelli sviluppati.
I mercati emergenti offrono agli investitori l’opportunità di accedere a un’ampia gamma di driver secolari che non si limitano al tema tradizionale dell’urbanizzazione, ma includono anche digitalizzazione e transizione energetica. Nonostante il ruolo sempre più importante dei mercati emergenti nell’economia globale e la crescente presenza di aziende di questi Paesi nei settori della “new economy”, gli EM restano generalmente sottorappresentati negli indici globali. Per esempio, le azioni dei mercati emergenti rappresentano solo circa l’11% dell’MSCI ACWI Index, un benchmark globale, e costituiscono una quota ancora più ridotta nella maggior parte dei portafogli degli investitori3.
Poiché i mercati emergenti sono oscurati dai mercati sviluppati, in particolare dagli Stati Uniti, è probabile che gli investitori stiano perdendo opportunità strategiche di lungo termine e tendenze future.
La crescita dei mercati emergenti beneficia anche di un impulso demografico positivo. L’85% della popolazione mondiale vive nei mercati emergenti, con molti Paesi che continuano a registrare crescita demografica e caratteristiche più favorevoli rispetto ai mercati sviluppati.
Questo genera slancio economico, grazie a una popolazione in età lavorativa più ampia e a un potenziale maggiore per i consumi interni, soprattutto con l’espansione della classe media. Quest’ultima è destinata a raddoppiare nel prossimo decennio, passando da 354 milioni di famiglie nel 2024 a 687 milioni nel 20344, fornendo un importante motore di crescita.
Una classe media in espansione sostiene la domanda di lungo periodo in settori come urbanizzazione, sanità, istruzione, viaggi e servizi digitali. Le aziende che rispondono a queste esigenze – siano esse campioni nazionali o filiali locali di multinazionali – possono beneficiare di una domanda duratura, man mano che i tassi di penetrazione si avvicinano agli standard globali.
Nel frattempo, le economie dei mercati sviluppati devono affrontare la sfida di una forza lavoro in calo e il peso crescente di una popolazione anziana sul debito pubblico.
Il cambiamento è una caratteristica intrinseca degli EM. Da economie “emergenti”, spesso contraddistinte da difficoltà politiche ed economiche specifiche, questo universo si è trasformato in una promettente asset class, sostenuta da un solido slancio di crescita, fondamentali macroeconomici robusti, aziende competitive e innovative a livello globale e un profilo rischio/rendimento interessante.
Oggi i mercati emergenti presentano livelli di volatilità simili a quelli dei mercati sviluppati, grazie a quadri monetari e fiscali più solidi, a una maggiore flessibilità dei tassi di cambio e a profili di debito più forti.
Ad esempio, negli ultimi anni, le banche centrali dei mercati emergenti, esperte nella gestione delle fiammate inflazionistiche, hanno rafforzato la loro credibilità: hanno reagito rapidamente all’ondata inflazionistica post-COVID, mentre le banche centrali dei mercati sviluppati sono state frenate dall’indecisione.
I mercati emergenti non sono più semplicemente reattivi alla politica monetaria statunitense: hanno costruito quadri affidabili e credibili. Ad esempio, nell’ultimo ciclo di inasprimento monetario, la banca centrale del Brasile ha alzato i tassi 12 mesi prima della prima mossa della Federal Reserve (Fed) statunitense.
Di conseguenza, il trend dell’inflazione si è invertito per la prima volta: l’inflazione complessiva5 sta diminuendo più rapidamente nei mercati emergenti rispetto ai mercati sviluppati6. Questo cambiamento non solo favorisce i mercati obbligazionari emergenti, ma contribuisce anche a ridurre il divario di rischio nei mercati azionari.
Non sono solo le banche centrali dei mercati emergenti ad aver cambiato la narrazione. I governi dei mercati emergenti iniziano a essere caratterizzati da politiche fiscali prudenti e stabilità, in un momento in cui le economie sviluppate sono sempre più afflitte da problemi fiscali. Il rapporto medio debito/PIL delle economie emergenti e a reddito medio è del 73%, mentre quello delle economie avanzate è del 110%7. Livelli di debito stabili creano un cuscinetto per assorbire gli shock globali, e i mercati emergenti appaiono sempre più resilienti.
Questo è confermato da altri trend recenti nei mercati emergenti, con un netto miglioramento delle riserve in valuta estera e un forte sviluppo dei mercati del debito in valuta locale, che garantiscono maggiore stabilità e autonomia.
Storicamente, le sorti dei mercati emergenti sono state considerate strettamente legate alla forza del dollaro USA e ai tassi d’interesse statunitensi: tassi più alti e l’apprezzamento del dollaro possono attrarre flussi di capitale dagli EM verso gli Stati Uniti. Tuttavia, con la maturazione dei mercati emergenti, l’impatto di questi fattori si è probabilmente ridotto e oggi risultano meno vulnerabili alle dinamiche degli USA. Nonostante ciò, la performance del dollaro USA rimane un elemento importante per gli investitori negli EM, in particolare per quanto riguarda il debito dei mercati emergenti.
Non solo il quadro sovrano è più positivo per gli EM, ma anche la qualità creditizia dell’universo corporate è in costante miglioramento.
Le aziende dei mercati emergenti si caratterizzano per metriche di debito più favorevoli, con livelli di leva finanziaria netta più bassi e rapporti di copertura degli interessi più solidi. Per le società investment grade, in media, la leva è inferiore a 1x rispetto a quasi 3x nei mercati sviluppati. Anche nel segmento high yield, le metriche di debito risultano migliori rispetto alle controparti occidentali.
Questo riduce significativamente i rischi di bilancio. Infatti, nel 2025 le insolvenze nei mercati emergenti sono scese al livello più basso dal 2017, delineando un quadro fondamentale positivo8. Di conseguenza, il profilo rischio/rendimento del debito corporate negli EM appare, con buona probabilità, più interessante rispetto a quello dei DM.
Non è solo dal punto di vista del debito che gli EM hanno registrato miglioramenti. Negli ultimi decenni, le società dei mercati emergenti sono diventate più interessanti anche per gli investitori azionari, grazie al generale innalzamento degli standard di corporate governance.
I team manageriali delle aziende stanno diventando più professionali, le imprese prendono decisioni di allocazione del capitale più efficaci e oggi c’è una maggiore attenzione al risultato finale e alla redditività, piuttosto che alla sola crescita dei ricavi.
Gli interessi degli azionisti stanno ricevendo crescente attenzione. Questo aspetto è particolarmente rilevante negli EM, dove storicamente sono presenti numerose società a controllo statale o familiare, non sempre allineate con gli investitori di minoranza. Negli ultimi anni, le imprese hanno adottato un approccio più favorevole agli azionisti, come dimostrano l’aumento dei dividendi e i programmi di riacquisto di azioni, soprattutto in Paesi come la Cina9.
Nonostante il miglioramento dei fondamentali, le opportunità negli EM sono destinate a persistere, poiché si tratta generalmente di una asset class meno conosciuta. La percezione degli EM come mercati volatili e instabili è ancora radicata e influenza gran parte delle decisioni degli investitori.
Il sentiment verso gli EM tende spesso a essere amplificato, sia in senso positivo che negativo, in parte a causa del divario tra percezione e realtà. Questo aspetto della psicologia degli investitori può creare opportunità per chi investe con disciplina e orizzonte di lungo periodo, disponendo di competenze e capacità specifiche sugli EM, per sfruttare le dislocazioni quando le valutazioni divergono dai fondamentali.
Gli EM vengono spesso considerati come un asset class omogenea, ma in realtà sono tutt’altro che uniformi: rappresentano un mosaico di economie con profili e driver di crescita distinti.
Questa asset class comprende oltre 70 Paesi in Asia, Africa, America Latina ed Europa emergente. Parte del fascino di questo gruppo eterogeneo è che ogni regione offre opportunità uniche.
Questa diversità consente a un investitore attivo di cogliere molteplici temi – dall’innovazione tecnologica alla domanda dei consumatori, fino all’energia e alle infrastrutture – beneficiando al contempo di cicli economici differenziati e della resilienza regionale.
L’importanza del vantaggio di diversificazione è emersa chiaramente nel 2025 con l’introduzione dei dazi da parte del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Lungi dall’essere uniformi, i dazi hanno mostrato differenze significative sia in termini di entità che di impatto.
Il Brasile, ad esempio, pur affrontando un’aliquota elevata del 50%, risulta relativamente protetto grazie al basso rapporto export/PIL e a un’economia prevalentemente orientata al mercato interno. L’India si trova in una situazione analoga. Al contrario, il Vietnam, nonostante un dazio più contenuto del 20% frutto di un accordo commerciale con gli USA, appare più vulnerabile a causa della maggiore dipendenza dal commercio estero e del deficit commerciale con gli Stati Uniti.
I livelli di crescita potrebbero beneficiare nel nuovo paradigma post-dazi, in cui i produttori dei mercati emergenti adottano strategie di “near-shoring” o “friend-shoring”10, oppure trovano slancio grazie alla domanda interna o al commercio intra-regionale.
Inoltre, l’ampiezza dell’universo dei mercati emergenti, che comprende quasi 100 Paesi, garantisce che, nonostante i rischi di crescita specifici di alcuni Paesi dovuti ai dazi, vi sia ampio spazio per la diversificazione.
Più di ogni altra cosa, il tumulto legato ai dazi ha messo in discussione la nozione da tempo accettata di “eccezionalismo americano”, aumentando l’impulso a diversificare i portafogli. Con gli EM che offrono un ampio spettro di opportunità a lungo termine in mercati che performano bene in momenti diversi, questa forza intrinseca può essere molto preziosa per gli investitori attivi.
Inoltre, l’esposizione agli EM può diversificare portafogli altrimenti concentrati in un insieme ristretto di leader dei mercati sviluppati. Nei periodi in cui i mercati sviluppati mostrano una concentrazione di stile, investire in questa asset class può contribuire ad ampliare la partecipazione attraverso diversi cicli economici.
I mercati emergenti offrono agli investitori molto più della sola crescita: possono garantire diversificazione, resilienza e accesso alle tendenze strutturali che stanno plasmando l’economia globale. Con quadri fiscali più solidi, mercati locali più profondi e settori dinamici come tecnologia ed energia green, queste regioni appaiono ben posizionate per opportunità di lungo termine.
Integrare asset EM in un portafoglio può potenzialmente aumentare i rendimenti, ridurre il rischio di concentrazione e sfruttare le forze demografiche e innovative che probabilmente definiranno il prossimo decennio di investimenti.
Il valore degli investimenti è destinato ad oscillare. Questo determina il movimento al rialzo o al ribasso dei prezzi e la possibilità che non si riesca a recuperare l'ammontare inizialmente investito. Le performance passate non sono indicative dei risultati futuri. Le opinioni espresse nel presente documento non sono da intendersi come raccomandazioni, consigli o previsioni e non devono essere considerate una raccomandazione all'acquisto o alla vendita di un particolare titolo.